la sveglia ci strappa ai nostri sogni politici per schiodarci le palpebre sul sole economico che entra dalle finestre. è OTTAVIA la prima ad alzarsi, come al solito. la sento in doccia poi si prova la gonna nuova e sta bene.
martedì 24 giugno 2008
21 giugno 2008
sabato 21 giugno 2008
leggi berlusconissime?
ricusare i giudici impiegare l'esercito in casi di emergenza magistratura criminale neo-liberismo protezionista emergenza immigrati, ah la democrazia!
a quando lo stato d'eccezione?
domenica 1 giugno 2008
26 maggio 2008
sicurezza. rom immigrati morti nei cpt ronde ritorno al nucleare entro cinque anni immondizie e carcere cambiare le regole d’ingaggio ai militari in afghanistan libertà. la tv della. spengo il televisore. mi metto a lavare i pochi piatti in cui ho mangiato, bestemmie masticate in aria cerco di sprecare il minimo d’acqua possibile e fingo di non capire quella voce che urla uccidi uccidi nella testa. mi asciugo le mani. la possibilità di una conversione ecologica solo se socialmente desiderabile. muoversi solo in vista di un vantaggio, incitare il popolo a condividere le idee dei governanti. non mi faccio prendere dallo sconforto appeso tra gli stracci e l'ideologia della comunicazione. scendo le scale per la palude accendo il computer: apro un foglio di word e quello che c'è è bianco e vuoto. e così rimane. allora faccio la guerra ma quell'idiota del mio capo-fazione, brenno, si fa ammazzare in battaglia caricando frontalmente con la cavalleria dei lancieri romani. esco. risalgo e mi faccio un caffè. la cetonia che avevo appoggiato sul davanzale della finestra e che si era finta morta gli arti rigidi non è più lì. la strategia si fonda sull'inganno.
un lungo week-end post postmoderno. BERLINO
ESERCITAZIONE 1 (FRA GIORNALISMO E NARRATIVA I)
Un lungo week-end post postmoderno. Berlino
Tegel sembra un aeroporto di una qualsiasi cittadina di provincia, per dimensioni. La pianta esagonale lo rende però estremamente ordinato e fruibile, si sbrigano in fretta le operazioni di ritiro bagagli, altrettanto facilmente si riesce a prendere il bus che porta in città. O meglio in centro. O meglio ancora in uno dei centri. Perché Tegel è all’interno della città e non può essere altrimenti. E pure non ci possono che essere che più, e sempre diversi, centri, qui. E piccolo, sproporzionato, risulta al ricordo della città dall’alto prima dell’atterraggio. O alla prova delle distanze percorse nei giorni a seguire. Berlino è una città spanta, più che estesa, su una superficie di quasi 900 km².
Dei tre aeroporti Tegel, nella zona nord, è il minore per grandezza, ma è quello che per ora veicola la maggior parte del traffico e vive una sua estemporaneità che non è Jetztzeit, tempo attuale, non contiene in sé, riassumendolo, il passato, è un presente senza futuro e dimentico di ciò che è stato. Un tempo sospeso, puntuale, rappreso in una sorta di pseudo-istantaneità (fatta di momenti intercambiabili, tutti uguali e tutti teoricamente accaparrabili, vivibili e consumabili all’istante), la stessa che ci permette di essere qui in un’ora e mezza da Bergamo. L’eliminazione della distanza, del viaggio per sé e quindi dell’esperienza dello stesso come fatica e metabolizzazione di un attraversamento spaziale, ci regala un’«acquisizione immediata» della città, ma rischia di favorire allo stesso tempo un’«immediata perdita d’interesse» per la stessa. Ma non è certo peculiarità questa di Berlino, quanto piuttosto una qualità dell’attuale modernità.
In attesa dell’imminente chiusura, Tegel si trova in buona compagnia: la stessa sorte toccherà pure al più famoso Tempelhof, costruito nei primi anni Venti, riprogettato durante il Terzo Reich e noto soprattutto come approdo dei velivoli impegnati nel ponte aereo nel periodo della divisione. Per scongiurarne la chiusura era stato indetto un referendum che però è fallito per il non raggiungimento del quorum. Analizzando i risultati c'è da notare una grossa spaccatura: nei distretti di quella che era Berlino Ovest hanno vinto i contrari alla chiusura, mentre in quelli dell'Est hanno prevalso i favorevoli (i due che, dopo l'unificazione, sono nati dall'accorpamento di quartieri dell'Est e dell'Ovest, e cioè Friedichshain-Kreuzberg e Mitte, hanno votato in maggioranza rispettivamente per il sì e per il no).
Entrambi verranno sostituiti dal meridionale Schönefeld, già ribattezzato Aeroporto Internazionale Berlino–Brandeburgo, che diventerà quindi l’aeroporto della ritrovata capitale della Germania, il degno scalo di una vera capitale di un unico, vero Stato, impegnato, anche per mezzo di tali operazioni, a riguadagnare il prestigio internazionale e a creare all’interno una tradizione che, a guardar bene, non esiste. Specialmente a Berlino. E questa invenzione identitaria, non può che avere come fase preliminare la cancellazione dei segni e dei simboli di ciò che è stato prima. Ad ogni cambio di regime nuovi piani per il riassetto della città destinati a fallire, nuove demolizioni a creare vuoto, ma da questa ostinata volontà di estirpare le tracce della storia si libera uno spazio aperto. La memoria ha qui una forza maggiore nei resti e nei crateri che si vedono disseminati in giro, la storia del secolo scorso affiora qua e là come la risultante dell’azione di erasione che il politico, nelle sue diverse espressioni, dall’impero al mercato, ha esercitato sullo spazio cittadino. Concetti (e prassi) come memoria, raddoppiamento, vuoto, temporaneità sono ben esemplificati da una seppur minima ricognizione dello stato attuale degli aeroporti, ma si possono ritrovare facilmente e amplificati anche ad una prima esplorazione della città.
Sotto un cielo grigio che ci sorprende e affascina, Ottavia ed io ci muoviamo per zone, mettendo immaginarie bandierine nei luoghi che raggiungiamo. Cerchiamo i resti della divisione, di quella tendenza a sdoppiarsi e rifondersi che ha Berlino fin dalla fondazione. Pochi pezzi di Muro ancora in piedi, tra cantieri stradali o nella globalizzata architettura di Potsdamer Platz. Il vento è freddo, ma potrebbe far di peggio visto che la settimana precedente al nostro arrivo si toccano i -19°C. In Karl Marx Alee, il viale delle parate militari della DDR, quasi nessuno. Non passanti, sparute auto. Solo qualche corvo ai lati della strada. I berlinesi camminano spediti e si fanno gli affari loro, mai invadenti (non si potrebbero altrimenti spiegare i finestroni senza imposte delle case). All’occasione si dimostrano però molto disponibili. Noi ci nutriamo della toponomastica. Fino a Pankow. Poi sono le sere che arrivano sempre molto presto, i locali dove ancora si poteva (al tempo) fumare, dove la musica è un continuo stupore, dove portano una ciotola con acqua agli avventori con cane al seguito. La città si dimostra immensa, le distanze da coprire sono considerevoli, ma in soccorso ci sono i capillari mezzi pubblici, su tutti U-Bahn ed S-Bahn (il venerdì ed il sabato vanno tutta notte). E ad ogni stazione profumo di cibo. E quasi ovunque vedi la Fernsehturm, la torre della televisione, a sfidare le nubi. Due grossi debiti di memoria: il Bauhaus Archiv-Museum e, quasi imperdonabile, lo Jüdisches Museum.
Berlino, che è stata centro del mondo, in cui la storia si è fatta, agita o subita (ma che è ora che sta condannando la città «allo svanimento»), si sta ora normalizzando. La spinta dei primi anni Novanta si è spenta nel giro di dieci anni, le casse cittadine vuote, la speculazione edilizia, «il capitale» che «si impadronisce della città socialista dopo il 1989» hanno cambiato l’umore della città, hanno trasformato quartieri popolari in luoghi alla moda e spinto verso piccole riserve e verso la periferia gli squat. Diventerà una qualsiasi capitale europea, ma per ora gli spazi sono ancora vasti, i prezzi bassi. Ottavia ed io alla fine ci ritroviamo in mezzo a gite scolastiche e viaggiatori d’affari, di nuovo a Tegel, tutti con i nostri gadgets culturali.
Un lungo week-end post postmoderno. Berlino
Tegel sembra un aeroporto di una qualsiasi cittadina di provincia, per dimensioni. La pianta esagonale lo rende però estremamente ordinato e fruibile, si sbrigano in fretta le operazioni di ritiro bagagli, altrettanto facilmente si riesce a prendere il bus che porta in città. O meglio in centro. O meglio ancora in uno dei centri. Perché Tegel è all’interno della città e non può essere altrimenti. E pure non ci possono che essere che più, e sempre diversi, centri, qui. E piccolo, sproporzionato, risulta al ricordo della città dall’alto prima dell’atterraggio. O alla prova delle distanze percorse nei giorni a seguire. Berlino è una città spanta, più che estesa, su una superficie di quasi 900 km².
Dei tre aeroporti Tegel, nella zona nord, è il minore per grandezza, ma è quello che per ora veicola la maggior parte del traffico e vive una sua estemporaneità che non è Jetztzeit, tempo attuale, non contiene in sé, riassumendolo, il passato, è un presente senza futuro e dimentico di ciò che è stato. Un tempo sospeso, puntuale, rappreso in una sorta di pseudo-istantaneità (fatta di momenti intercambiabili, tutti uguali e tutti teoricamente accaparrabili, vivibili e consumabili all’istante), la stessa che ci permette di essere qui in un’ora e mezza da Bergamo. L’eliminazione della distanza, del viaggio per sé e quindi dell’esperienza dello stesso come fatica e metabolizzazione di un attraversamento spaziale, ci regala un’«acquisizione immediata» della città, ma rischia di favorire allo stesso tempo un’«immediata perdita d’interesse» per la stessa. Ma non è certo peculiarità questa di Berlino, quanto piuttosto una qualità dell’attuale modernità.
In attesa dell’imminente chiusura, Tegel si trova in buona compagnia: la stessa sorte toccherà pure al più famoso Tempelhof, costruito nei primi anni Venti, riprogettato durante il Terzo Reich e noto soprattutto come approdo dei velivoli impegnati nel ponte aereo nel periodo della divisione. Per scongiurarne la chiusura era stato indetto un referendum che però è fallito per il non raggiungimento del quorum. Analizzando i risultati c'è da notare una grossa spaccatura: nei distretti di quella che era Berlino Ovest hanno vinto i contrari alla chiusura, mentre in quelli dell'Est hanno prevalso i favorevoli (i due che, dopo l'unificazione, sono nati dall'accorpamento di quartieri dell'Est e dell'Ovest, e cioè Friedichshain-Kreuzberg e Mitte, hanno votato in maggioranza rispettivamente per il sì e per il no).
Entrambi verranno sostituiti dal meridionale Schönefeld, già ribattezzato Aeroporto Internazionale Berlino–Brandeburgo, che diventerà quindi l’aeroporto della ritrovata capitale della Germania, il degno scalo di una vera capitale di un unico, vero Stato, impegnato, anche per mezzo di tali operazioni, a riguadagnare il prestigio internazionale e a creare all’interno una tradizione che, a guardar bene, non esiste. Specialmente a Berlino. E questa invenzione identitaria, non può che avere come fase preliminare la cancellazione dei segni e dei simboli di ciò che è stato prima. Ad ogni cambio di regime nuovi piani per il riassetto della città destinati a fallire, nuove demolizioni a creare vuoto, ma da questa ostinata volontà di estirpare le tracce della storia si libera uno spazio aperto. La memoria ha qui una forza maggiore nei resti e nei crateri che si vedono disseminati in giro, la storia del secolo scorso affiora qua e là come la risultante dell’azione di erasione che il politico, nelle sue diverse espressioni, dall’impero al mercato, ha esercitato sullo spazio cittadino. Concetti (e prassi) come memoria, raddoppiamento, vuoto, temporaneità sono ben esemplificati da una seppur minima ricognizione dello stato attuale degli aeroporti, ma si possono ritrovare facilmente e amplificati anche ad una prima esplorazione della città.
Sotto un cielo grigio che ci sorprende e affascina, Ottavia ed io ci muoviamo per zone, mettendo immaginarie bandierine nei luoghi che raggiungiamo. Cerchiamo i resti della divisione, di quella tendenza a sdoppiarsi e rifondersi che ha Berlino fin dalla fondazione. Pochi pezzi di Muro ancora in piedi, tra cantieri stradali o nella globalizzata architettura di Potsdamer Platz. Il vento è freddo, ma potrebbe far di peggio visto che la settimana precedente al nostro arrivo si toccano i -19°C. In Karl Marx Alee, il viale delle parate militari della DDR, quasi nessuno. Non passanti, sparute auto. Solo qualche corvo ai lati della strada. I berlinesi camminano spediti e si fanno gli affari loro, mai invadenti (non si potrebbero altrimenti spiegare i finestroni senza imposte delle case). All’occasione si dimostrano però molto disponibili. Noi ci nutriamo della toponomastica. Fino a Pankow. Poi sono le sere che arrivano sempre molto presto, i locali dove ancora si poteva (al tempo) fumare, dove la musica è un continuo stupore, dove portano una ciotola con acqua agli avventori con cane al seguito. La città si dimostra immensa, le distanze da coprire sono considerevoli, ma in soccorso ci sono i capillari mezzi pubblici, su tutti U-Bahn ed S-Bahn (il venerdì ed il sabato vanno tutta notte). E ad ogni stazione profumo di cibo. E quasi ovunque vedi la Fernsehturm, la torre della televisione, a sfidare le nubi. Due grossi debiti di memoria: il Bauhaus Archiv-Museum e, quasi imperdonabile, lo Jüdisches Museum.
Berlino, che è stata centro del mondo, in cui la storia si è fatta, agita o subita (ma che è ora che sta condannando la città «allo svanimento»), si sta ora normalizzando. La spinta dei primi anni Novanta si è spenta nel giro di dieci anni, le casse cittadine vuote, la speculazione edilizia, «il capitale» che «si impadronisce della città socialista dopo il 1989» hanno cambiato l’umore della città, hanno trasformato quartieri popolari in luoghi alla moda e spinto verso piccole riserve e verso la periferia gli squat. Diventerà una qualsiasi capitale europea, ma per ora gli spazi sono ancora vasti, i prezzi bassi. Ottavia ed io alla fine ci ritroviamo in mezzo a gite scolastiche e viaggiatori d’affari, di nuovo a Tegel, tutti con i nostri gadgets culturali.
mala tempora currunt
dopo i problemi risolti con la mail..dopo la disfatta elettorale di ogni possibile sinistra parlamentare..dopo impasse e perdite di tempo..il clima si fa pesante licenziamenti aggressioni omicidi pogrom..il diverso è il bersaglio..e minimizzare dicendo che la politica non centra non fa che legittimare queste violenze..se la croce celtica al collo di alemanno, le parole dei leghisti, il mito bipartisan della sicurezza non sono i responsabili materiali, concorrono a spostare il conflitto dal piano sociale a quello etnico, ma non solo..è l'alterità in sé che viene ad essere considerata come una minaccia..ed è la categoria del politico, non semplicisticamente la politica, ad esserne causa..divide et impera..
lunedì 21 aprile 2008
la felicità
se trovo quel maledetto figlio di puttana che mi ha infettato la casella mail gli strappo lo scroto e gliene faccio un cappello.
martedì 15 aprile 2008
la classe operaia se ne vada affanculo
riporto il testo di un volantino trovato per strada, firmato NEDD LUDD:
l'italia esce dal novecento, anche per quanto riguarda la sovrastruttura politica, e si tramuta in democrazia compiuta cioè a dire in uno stato neo-liberista/imperialista e xenofobo. con l'aggiunta di una non trascurabile dose di oscurantismo cattolico. neo-liberisti che criticano la globalizzazione, anch'essa debito pregresso di scorsi governi, neo-fascisti ricompattati dal nemico straniero. e tutti uniti a celebrare il funerale della sinistra fregandosi le mani. le urne e con ciò la storia l'hanno condannata a orpello museale. rimangono in quella che non è che un'istituzione borghese, il parlamento, solo forze che rappresentano la borghesia espansa, espansa alle masse. l'allontanamento nel corso delle scorse decadi di ciò che fu il più grande partito comunista dell'europa occidentale dalle moltitudini popolari e operaie, in concomitanza con la sempre più palese illusione del socialismo reale, ha prodotto uno scollamento culturale tra suddette moltitudini e l'idea di un altro mondo. a parlare chiaro la sinistra ha disimparato a parlare, ma anche ad insegnare alle moltitudini che, lasciate a loro stesse, ingrassate da conquiste sindacali che hanno dato loro il palliativo di salari e sicurezze contrattuali, senza di certo liberarle dallo sfruttamento del lavoro, si sono consegnate in mano ad una destra anch'essa espansa, populista e razzista. e, come alle sue origini, la democrazia ritorna in mano agli uomini liberi che, va da sé, fanno i propri interessi, alla borghesia espansa (borghesizzazione del proletariato e proletarizzazione della borghesia sono due fenomeni speculari), sostenuta da una casta di schiavi senza diritti. il non saper leggere la situazione o il non saper comunicare la propria visione della situazione è la colpa più grave che si possa imputare a quella che si chiama sinistra, facilitando il compito di una destra capace di rispondere alle incertezze della modernità liquida con identitarismi e tradizionalismi inventati o mitizzati, chiusi ed escludenti. trovato il nemico, creata la comunità. chi è causa del suo mal pianga se stesso, si diceva una volta. ma già parlare di sinistra è porsi nell'ottica dello stato borghese, come del resto santificare la democrazia rappresentativa.
l'italia esce dal novecento, anche per quanto riguarda la sovrastruttura politica, e si tramuta in democrazia compiuta cioè a dire in uno stato neo-liberista/imperialista e xenofobo. con l'aggiunta di una non trascurabile dose di oscurantismo cattolico. neo-liberisti che criticano la globalizzazione, anch'essa debito pregresso di scorsi governi, neo-fascisti ricompattati dal nemico straniero. e tutti uniti a celebrare il funerale della sinistra fregandosi le mani. le urne e con ciò la storia l'hanno condannata a orpello museale. rimangono in quella che non è che un'istituzione borghese, il parlamento, solo forze che rappresentano la borghesia espansa, espansa alle masse. l'allontanamento nel corso delle scorse decadi di ciò che fu il più grande partito comunista dell'europa occidentale dalle moltitudini popolari e operaie, in concomitanza con la sempre più palese illusione del socialismo reale, ha prodotto uno scollamento culturale tra suddette moltitudini e l'idea di un altro mondo. a parlare chiaro la sinistra ha disimparato a parlare, ma anche ad insegnare alle moltitudini che, lasciate a loro stesse, ingrassate da conquiste sindacali che hanno dato loro il palliativo di salari e sicurezze contrattuali, senza di certo liberarle dallo sfruttamento del lavoro, si sono consegnate in mano ad una destra anch'essa espansa, populista e razzista. e, come alle sue origini, la democrazia ritorna in mano agli uomini liberi che, va da sé, fanno i propri interessi, alla borghesia espansa (borghesizzazione del proletariato e proletarizzazione della borghesia sono due fenomeni speculari), sostenuta da una casta di schiavi senza diritti. il non saper leggere la situazione o il non saper comunicare la propria visione della situazione è la colpa più grave che si possa imputare a quella che si chiama sinistra, facilitando il compito di una destra capace di rispondere alle incertezze della modernità liquida con identitarismi e tradizionalismi inventati o mitizzati, chiusi ed escludenti. trovato il nemico, creata la comunità. chi è causa del suo mal pianga se stesso, si diceva una volta. ma già parlare di sinistra è porsi nell'ottica dello stato borghese, come del resto santificare la democrazia rappresentativa.
martedì 8 aprile 2008
spleen et idéal
piove e il fiume poi è dell'iridescenza della benzina + torbido quetzalcoatli volteggiano sopra le teste grigie scolaresche turisti giapponesi tenere a mente il 25 aprile coi migranti il 25 aprile coi migranti, se il serpente piumato fosse l'archaeopteryx si vedrebbe l'ararat. antidiluviano anche se solo pioviggina mi reco al box office. acquisto sott'acqua il biglietto per gli EINSTÜRZENDE NEUBAUTEN bologna estragon. 25 euro + 3.75 di prevendita tiketone + 1.10 di prevendita box office = 29.85€. uno. grazie arrivederci. una maggiorazione complessiva sul prezzo del 19.4%, tassi da usurai se questo potesse essere il reato. promemoria: spulciare codice diritto penale.
e mi sento come al solito preso per il culo. che fare, ora? trovare soluzioni individuali a problematiche sistemiche. soluzioni che, ovviamente, non arriveranno mai. quindi mentre escogito le migliori soluzioni per fargliela pagare saluto una taccola e nell'ordine penso a:
1) tatuarmi, perché non ho niente da fare
2) un inceneritore per monopolisti
3) programmi elettorali
il che mi crea qualche peristalsi dell'ideale. nello specifico: ideologicamente parlando non dovrei andare a votare (le loro elezioni..) e fin qui ci sono. ma poi mi faccio prendere la mano e sfoglio la margherita che non c'è più, da una sola parte.
LA SINISTRA L'ARCOBALENO
socialdemocrazia dentro la tempesta e dietro questa nebbia c'è solo nebbia.
http://www.sinistraarcobaleno.org/programma/
SINISTRA CRITICA
parla espressamente di migranti. ma è così fashion. e freaketti che la voteranno come votavano pannella.
http://www.sinistracritica.org/node/510
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
il fascino dell'anacronismo, malgrado la erre retroflessa e l'incapacità a pronunciare liechtenstein.
http://www.pclavoratori.it/files/index.php?c3:o676
PER IL BENE COMUNE
davvero posso averlo pensato? anche sì. ma anche no.
http://www.perilbenecomune.net/Programma.html
e mi sento come al solito preso per il culo. che fare, ora? trovare soluzioni individuali a problematiche sistemiche. soluzioni che, ovviamente, non arriveranno mai. quindi mentre escogito le migliori soluzioni per fargliela pagare saluto una taccola e nell'ordine penso a:
1) tatuarmi, perché non ho niente da fare
2) un inceneritore per monopolisti
3) programmi elettorali
il che mi crea qualche peristalsi dell'ideale. nello specifico: ideologicamente parlando non dovrei andare a votare (le loro elezioni..) e fin qui ci sono. ma poi mi faccio prendere la mano e sfoglio la margherita che non c'è più, da una sola parte.
LA SINISTRA L'ARCOBALENO
socialdemocrazia dentro la tempesta e dietro questa nebbia c'è solo nebbia.
http://www.sinistraarcobaleno.org/programma/
SINISTRA CRITICA
parla espressamente di migranti. ma è così fashion. e freaketti che la voteranno come votavano pannella.
http://www.sinistracritica.org/node/510
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
il fascino dell'anacronismo, malgrado la erre retroflessa e l'incapacità a pronunciare liechtenstein.
http://www.pclavoratori.it/files/index.php?c3:o676
PER IL BENE COMUNE
davvero posso averlo pensato? anche sì. ma anche no.
http://www.perilbenecomune.net/Programma.html
giovedì 27 marzo 2008
chip&salsa
a rischio della società che non esiste il passatismo fu turismo culturale, lo shopping di lucciole elettriche schiocca nelle strade. vibbbrrrrrrrarrrrrre come grravità.
dire qualcosa mentre si è rapiti dall'uragano: ecco l'unico fatto che possa compensarmi di non essere IO l'uragano.
il rischio della società è che non esiste. il rischio dell'identità è che deve andare a farsi fottere. lo spettacolo è il pantano che non si vuole riconoscere nel 2.0. che non si ammette sussumere il 2.0. iceberg chip&salsa. altri media servono a reinventare il proprio spazio, non potendo estraniarsi dal proprio tempo. reinterpretare lo spazio appropriarsi del tempo. significato vs informazione il passato non è ancora citabile il futuro non è. una cicli-città escludente, appartamenti da affittare.
ehi sbarbo, condividi tua madre!
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