sabato 4 aprile 2020

in forma di massa = video + brochure



materiali per una guida a in forma di massa #6

Con i suoi 660 milioni di recensioni (Linda Kinstler, La legge di TripAdvisor, in Internazionale, n°1279, 2018) il sito di viaggi TripAdvisor è probabilmente il maggior creatore di markers al mondo, grazie all’ausilio (autosfruttamento?) di una massa enorme di utenti che, in pratica, lavora sia postando i resoconti dei propri viaggi, sia andando a cercare informazioni per viaggi futuri, ricerche sulle quali TripAdvisor per ogni click riceve una piccola commissione dalle strutture consultate. Esempio tra i tanti dell’asimmetria tra l’immagine che le aziende della cosiddetta sharing economy danno di sé come liberali aggregatori di esperienze da condividere e la netta suddivisione che queste fanno tra profitto da una parte e lavoro gratuito dall’altra. Se la mole delle informazioni che si possono ricavare dal sito possono essere molto utili nella pianificazione di una vacanza, la policy di TA sulla moderazione dei commenti può risultare fuorviante (e assurda nei casi di segnalazioni di violenze subite) vista la difficoltà di decisione sui casi di recensioni vere ma negative, mentre risulta essere più efficace l’azione di contrasto alle recensioni false e alle review farms (Kinstler, 2018; TripAdvisor, Come si comporta TripAdvisor rispetto alle recensioni scorrette?), anche grazie alla minaccia di durissime sanzioni (Eleonora Cozzella, Recensioni false su TripAdvisor? È un reato: condannato a 9 mesi di carcere). Con la pretesa di mappare tutto ciò che può essere usufruito turisticamente, TripAdvisor, esattamente come il turismo di massa a cui si rivolge, appiattisce, sia pur involontariamente, ogni luogo, lo rende interscambiabile con qualsiasi altro, favorisce uno sguardo indifferente dal suo contenuto, dalla sua differenza. Questo è il risultato non solo del mezzo in sé, ma anche delle linee guida che tendono a standardizzare le recensioni in un misto di utilitarismo giornalistico e impressionismo emotivo (TripAdvisor Centro assistenza, Regolamento per le recensioni dei viaggiatori). E così come per qualsiasi altro luogo esistono pagine recensite dei memoriali della Shoah.
I testi di “in forma di massa”, in estrema sintesi, vorrebbero indagare i rapporti, le tensioni, le frizioni tra memoria (storica) e turismo di massa, componendo escerti da varie fonti e mutuando la forma di recensioni di Tripadvisor ai sei campi di sterminio nazisti, venendo dislocati cioè da un campo (quello letterario, diciamo) ad un altro (Christophe Hanna, Poesia azione diretta, 2003), per mettere in discussione la corrispondenza tra forma e contenuto e confondere la ricezione del messaggio. Due di questi testi (#2 e #5) hanno passato lo screening preventivo, eseguito più probabilmente dal sistema di monitoraggio automatizzato che dal «team di investigatori», e, così approvati, sono stati pubblicati. Ai restanti quattro l'autorizzazione è stata negata e non sono più visualizzabili sul sito: nelle mail che hanno accompagnato il diniego, titolate “Crediamo nella libertà di espressione”, mi si invitava ad apportare delle modifiche perché «la recensione dovrebbe essere una descrizione fedele della tua esperienza» e perché «Tripadvisor non accetta contenuti irrilevanti o inutili» (#3) e non deve «includere opinioni personali su: politica, etica, religione, altre questioni sociali» (#1 e #4), sulla base della triade a guida della stesura di una buona recensione (autenticità, obiettività, utilità). L'ultimo testo (#6), invece, non è stato accettato su segnalazione, presumibilmente, dell'utente che nel messaggio inviatomi denunciava l'inintelligibilità del testo stesso.
Ora i testi si presentano (anche) offline, camuffandosi da un altro tipo di materiale informativo turistico, la brochure, senza cambiare la forma e la domanda ad essi sottesa: è praticabile una scrittura che non sia espressivista/sentimentalista (contro l'autenticità), neutrale/neutralizzata (contro la presunta obiettività), meramente utilitarista (contro l'utilità) al di fuori di una nicchietta (letteraria?)?


in forma di massa #2


in forma di massa #5


in forma di massa #3


in forma di massa #1


in forma di massa #4


in forma di massa #6

materiali per una guida a in forma di massa #5

La critica alla disneyzzazione dei luoghi della memoria, che Didi-Huberman esprime con precisione chiedendosi «Che cosa dire quando Auschwitz deve essere dimenticata nel suo luogo reale per costituirsi come luogo fittizio destinato a ricordarsi di Auschwitz?» (Georges Didi-Huberman, Scorze, 2011), è di tutt’altra natura, ovviamente, rispetto al fenomeno di minimizzazione e ridicolizzazione dello sterminio che vediamo all’opera, ad esempio, con la maglietta che abbina alla silouette dell’ingresso del campo di Birkenau la scritta Auschwitzland con lo stesso carattere usato dalla Disney per pubblicizzare i suoi parchi di divertimento, sfoggiata da una militante di Forza Nuova a Predappio per l'anniversario della marcia su Roma. Se là, infatti, abbiamo un interrogarsi sulla funzione e sull’efficacia di questi monumenti, della loro museificazione e della loro turistificazione di massa, qui abbiamo una squallida equiparazione tra un campo di sterminio e un luogo di villeggiatura e svago, tra vittime dell’orrore nazista e vacanzieri festanti.
Oltre al lassismo nei confronti di associazioni e partiti nazionalisti o apertamente neofascisti che negano lo sterminio o, specularmente, lo esaltano ridicolizzando le vittime, oltre alla banalizzazione, «nell’accezione di ipersemplificazione, spettacolarizzazione e sfruttamento della storia a scopi commerciali» (Valentina Pisanty, Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, 2012), che questi musei rischiano di subire, se trattati come attrazioni qualsiasi, o a quella che sminuisce la ferocia nazista (come nel caso del dépliant, creato nel 2015 dall’amministrazione di Cosenza, che, per promuovere la città come luogo che la tradizione indica quale sepoltura del re visigoto Alarico, contiene una foto di Himmler, per il fatto che diede avvio negli anni '30 ad una campagna di scavo in loco o delle differenti versioni della voce Treccani sullo stesso gerarca, definito «nazista tedesco» nel 1948 e ora «uomo politico tedesco»). Oltre a ciò, una terza opzione che può favorire la neutralizzazione della funzione mnemonica affidata a questi musei è la loro sacralizzazione, cioè il conformarsi a quel «dispositivo ideologico, non importa quanto consapevole e intenzionale, mirato a sottrarre un evento […] al suo contesto storico specifico […], semplificandone la rappresentazione» (Pisanty, 2012) e che impone, attraverso una serie di divieti, usi e discorsi leciti della memoria, sanzionando, quindi, chi possa e come si possa parlare di un dato evento. Lo stesso dispositivo operante nelle critiche sull’irrappresentabilità della Shoah volte a delegittimare le quattro fotografie scattate a Birkenau da un membro del Sonderkommando (Georges Didi-Huberman, Immagini malgrado tutto, 2003) o nella costruzione dell'identità nazionale da parte dello Stato israeliano soprattutto dalla guerra dei sei giorni in avanti (Pisanty, 2012).
È pensabile una fruizione dei luoghi della memoria che si tenga lontana da queste trappole e che attivi una riflessione in grado di riconoscere quegli stessi meccanismi di criminalizzazione, marginalizzazione e spersonalizzazione (Alessandro Dal Lago, Non-persone, 1999) che portarono a quegli eventi e che sono tuttora agenti? Una memoria attuale e attiva che si faccia carico delle vittime e non si accontenti dell’oblio come unica forma tradizionalmente contemplata di superamento dei conflitti («Noi la memoria delle morti acerbe / In ogni petto cancelliam […]» Odissea, Libro XXIV, vv. 614-615)?





rrrrrrr - home sick home

lunedì 26 novembre 2018

materiali per una guida a in forma di massa #4

L'equivalenza e l'interscambiabilità di una meta con ogni altra appaiono icasticamente nei 94 minuti di Austerlitz, film del 2016 di Sergei Loznitsa che indaga, con un asciutto bianco e nero a camera fissa, la fruizione turistica dei cosiddetti luoghi della memoria dei crimini nazisti, i musei istituiti sulle aree in cui sorgevano i lager o sulle loro rovine. Se, da una parte, non può che essere considerata positivamente la visita a questi luoghi, come dolorosa volontà di conoscenza, dall’altra, però, non si può non notare come, per la «difesa dagli chocs» (Walter Benjamin, 1939) derivanti dalla stessa, vengano utilizzate sia, dall’alto, le spiegazioni tecnicistiche delle guide sulla macchina dello sterminio, sia, dal basso, l’uso della fotografia. La neutralizzazione di quest’esperienza è la risultante involontaria, ma non per questo meno preoccupante dei modi di fruizione e di organizzazione delle visite. Diversamente dal percorso di ricostruzione della memoria personale e familiare (ma che, allo stesso tempo, si fa storia) del protagonista del romanzo di Sebald da cui il documentario prende il titolo, ricostruzione che procede per gradi, scavo nel rimosso, nella memoria involontaria, attraverso immagini, viaggi, archivi e incontri, «questi centri commemorativi rappresentano l'esatto contrario di ciò che dovrebbero essere: non luoghi della memoria, ma della dimenticanza», come nota il regista, visto che «non è possibile acquisire reale consapevolezza della catastrofe solo immagazzinando dati meccanici sul funzionamento dei forni crematori o facendo un selfie dentro la camera a gas».
Lo stesso meccanismo di difesa, quello cioè «di assegnare all’evento [che provoca lo choc], a spese dell’integrità del suo contenuto, un esatto posto temporale nella coscienza» (Walter Benjamin, 1939), lo troviamo nella pratica compulsiva della fotografia: la reificazione di un’esperienza vissuta in un’immagine risulta essere l’iscrizione di quell’esperienza nella memoria volontaria, la creazione di un souvenir che, in realtà, impedisca il ricordo e la rielaborazione di esso, tanto più che ad aumentare la distanza tra sguardo ed esperienza stessa viene a frapporsi il diaframma degli schermi dei vari dispositivi attraverso cui si sceglie cosa guardare (e che schermano appunto lo sguardo) e ad implementare questa customizzazione di massa della memoria interviene l’immediatezza, il «gesto brusco» (Walter Benjamin, 1939) esteso alla riproduzione dell’immagine, che ha sostituito le lunghe operazioni di sviluppo del negativo e di stampa con la subitanea condivisione sui vari social networks.





sabato 24 novembre 2018

materiali per una guida a in forma di massa #3

(Una banalità di base)

In generale, come rovescio del lavoro, il consumo è la dissoluzione del salario in concatenazioni di desiderio indifferentemente dal loro contenuto: se, infatti, «nella sfera del lavoro non conta cosa si fa, ma che si faccia qualcosa, dal momento che il lavoro è un fine in sé, proprio perché realizza la valorizzazione del capitale: l’infinita moltiplicazione del denaro grazie al denaro stesso» (Gruppo Krisis, 1999), allora nel consumo si scorge una simile finalità autoriflessa in cui il godimento, sempre frustrato, derivante dal consumo è slegato dal contenuto del consumo stesso, ma serve a riassorbire il capitale variabile e a realizzare come necessario il vincolo che lega il lavoratore-consumatore a un salario. Non importa, quindi, cosa si consumi, purché si consumi qualcosa.
In particolare, il consumo culturale si esemplifica nel turismo come consumo culturale indifferente. Nelle società virtualmente pacificate, come quelle occidentali, la lotta di classe si manifesta per lo più come inseguimento temporale delle classi subalterne (ormai micro-borghesi) alle privilegiate, sul piano simbolico, come «dialettica del declassamento e della riclassificazione» (Pierre Bourdieu, 1979) delle pratiche culturali: si ambisce, in breve, allo stesso livello di consumo culturale delle classi agiate, ostensione del proprio smarcarsi dalla classe di provenienza. E la possibilità di viaggiare, la libertà di movimento sono tra le forme di consumo più facilmente riconoscibili e distintive. Nell'epoca della sua disponibilità di massa, il viaggio si configura così come attività socialmente obbligatoria che equipara ogni meta a qualsiasi altra (Guy Debord, 1967), che ricerca un'autenticità inseguita ma sempre negata sulla scia degli indicatori di ciò che si deve vedere (markers) (Marco D’Eramo, 2017), e che incide profondamente sull'ambiente in cui si svolge (InfoAut, 2018). Si andrà, quindi, in qualsiasi posto nello stesso modo, negli stessi abiti, con le stesse esigenze, posando indifferentemente per le foto-ricordo.